Anni fa sono stato protagonista, in un programma televisivo, di un acceso dibattito con Vittorino Andreoli. Lui difendeva la 180, io ovviamente no. Andreoli è un fine dialettico e in quella occasione mi aveva stracciato. Adesso –meglio tardi che mai – si è ricreduto. Notate che anche se all’inizio da un contentino al “politically correct”, la sua stroncatura di Basaglia è totale, quasi feroce.

 

Franco Basaglia è un importante personaggio della psichiatria italiana: se il primo ottobre 1980 in Italia furono chiusi i manicomi, lo si deve alla sua battaglia contro quegli istituti disumani. A trenta anni di distanza sappiamo che un a psichiatria senza i manicomi è doverosa e possibile.

Ma il riferimento fondante per la cura dei pazienti psichiatrici , oggi, è la psichiatria scientifica, una scuola di cui Basaglia non fa parte. Non è più possibile pensare, come faceva l’autore della 180, alla patologia psichica come “sintomo di follia sociale” o guardare allo psichiatra come ad un “poliziotto repressivo”.  La psichiatria scientifica, oggi, impone due principi diversi e fondamentali.

Primo: alcune terapie richiedono un’assistenza di 1 – 4 mesi. Quindi servono luoghi di cura a medio  termine. I servizi esistenti infatti accolgono i malati solo per 13-14 giorni, un tempo assolutamente insufficiente anche solo per valutare gli effetti terapeutici delle cure.

Secondo: la psichiatria non può basarsi sulla sociologia (che è stata la scienza fondante delle teorie di Basaglia), me deve guardare alle neuroscienze, cioè a quella nuova disciplina che offre conoscenze sempre più ricche sul funzionamento del cervello.

E’ questa la psichiatria sulla quale si deve lavorare. E non c’è né tempo n’è spazio per riportare al presente persone storicamente importanti, ma che hanno esercitato la loro opera su premesse totalmente diverse.    (da Oggi)

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