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  • 13 Gennaio.Napoli. Giuseppe Antonucci di 54 anni, spara alla ex mogliie ed al compagno della stessa. Lo strano è che Antnucci era uscita anni fa dal Manicomio Giudiziario, dove era chiuso, perchè nel 1993 aveva ucciso a coltellate la giovane moglie di 22 anni e aveva ferito suocera e cognato.

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  • 12 Gennaio.  Roma. E' stata arrestata una donna 30enne di Napoli che, all'Ospedale del Bambin Gesù, somministrava di nascosto psicofarmaci alla figlia di 3 anni, mettendola in pericolo di vita per arresto cardiocircolatorio.

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  • 10 Gennaio. Volterra. L'anno comincia nel solito modo. Daniela Marzetti, schizofrenica grave con deliri di persecuzione contro la madre, investe volontariamente ed uccide la madre di 70 anni e la zia di 75, mentre

     

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Non è strano che qui e nel mondo si parli del problema.  La malattia mentale è in fase di netta avanzata.    Nel 1870 vi erano in Italia 60 psicotici gravi ogni 100.000 abitanti. Nel 1890 erano 90. Oggi sono 250.

Peraltro anche la psichiatria, come tante altre branche della medicina, ha avuto in questi ultimi 50 un enorme successo, anzi una rivoluzione,  con la scoperta degli psicofarmaci.   Gli psicofarmaci non guariscono la malattia: la psicosi rimane una patologia di tutta la vita.  Però ne possono diminuire i sintomi, allungare i periodi di latenza, bloccarne l’evoluzione, ridurre le crisi di violenza.   Lo psicofarmaco può diventare, nei casi più fortunati, quello che è l’insulina per il diabetico: permette una quasi totale normalità.  Oggi è difficile capire cosa era la malattia prima della scoperta degli psicofarmaci. Una malattia che  riduceva in qualche decina di anni giovani intelligenti e volitivi in dementi immobilizzati nello stupore catatonico.  In Italia abbiamo avuto la fortuna di avere quello che possiamo ben definire il cantore della follia: Mario Tobino, poeta, scrittore, valente psichiatra e  direttore dell'ospedale pschiatrico.
Credo che i libri di Tobino dovrebbero diventare una lettura obbligatoria per gli specializzandi in psichiatria.  Ormai con lo psicofarmaco nessun medico vede più il malato e la malattia nel suo tremendo, squassante orrore. 

L’introduzione degli psicofarmaci ha ovviamente portato un cambiamento della struttura sanitaria: gli Ospedali psichiatrici si sono aperti e si sono rimpiccioliti.  L'assistenza è stata portata sul territorio. La chiusura permanente o quasi del malato in apposite strutture  è diventata necessaria solo nei rarissimi casi di forti tendenze omicide o suicide e di assoluta resistenza agli psicofarmaci.    Tutti i paesi europei dal 1975 al 1990 hanno adeguato la legislazione e le strutture a questa nuova realtà (Francia 1985, Danimarca 1989, UK 1983, Germania 1992, Svezia 1985 ecc). A volte la legge è già stata riformata più volte.  Come per esempio nel caso dei nostri vicini ticinesi.   Qualche anno fa hanno di nuovo cambiato una precedente legge. Una legge per 300.000 persone, esemplare per buon senso e umanità.  Con un onere finanziario per abitante non maggiore di quanto, con molta maggiore inefficienza, spenda ad esempio la Lombardia.  Che ruota intorno all’Ospedale Psichiatrico di Mendrisio, rinnovato e ristrutturato.

Solo l’Italia ha fatto eccezione: la legge del 1978 ha annullato le strutture psichiatriche esistenti. La cura della malattia è stata demandata – dicono 3 righe della legge – alle future strutture di prevenzione, cura e riabilitazione che le Regioni avrebbero dovuto creare.   Il risultato è noto a tutti: quando, il 31 dicembre 1978, gli ospedali hanno cominciato ad espellere i malati, c’è stata una strage.     A tutt’oggi abbiamo ca. 10 posti di riabilitazione ogni 100.000 abitanti, contro una media di circa 100-150  negli altri paesi europei.  Centro e fulcro della cura è diventato l’Ospedale Generale: il posto meno adatto per una efficace cura del malato.   Il manicomio, inteso come luogo di abbandono e di degenerazione, chiuso dalla legge del 1904, è stato ripristinato sia nelle famiglie che nel repartino dell’ospedale Generale, odierna ed orrenda fossa dei serpenti. La scientificità e la serietà della cura è stata abbandonata. La psichiatria è diventata il regno degli psicologi e degli assistenti sociali. Figure che, in una malattia dovuta a difetti del sistema di trasmissione neuronale, non dovrebbero avere niente da che fare.  Ci si diletta in frasi fatte: riabilitazione, psicosociale ed altre sciocchezze del genere.
La malattia mentale continua ad alimentare la cronaca nera dei quotidiani.   Vi è addirittura una fortunato trasmissione televisiva (Chi l’ha visto?) che parla, nell’80 % dei casi,  di schizofrenici scomparsi

Commentando gli immediati risultati della 180, Tobino scriveva “Sono costretto a contare quanti malati sono stati dimessi, curati nelle loro case, e quanti se ne sono già suicidati. Liberamente si sono gettati sotto il treno, avvelenati, sgozzati, giù dalla finestra, per la tromba delle scale…….. Più di cento se ne sono ammazzati, tutti nostri ex-ricoverati. Si viene anche a sapere che diversi malati, spinti fuori, nel mondo, sono già in galera, arrestati per atti che avevano commesso.  Nessuno più li proteggeva, li consigliava, li impediva. Nessuno più li conduceva per mano lungo la loro difficile strada. Ed ora precipitano, si apre per loro il manicomio criminale………..”.   Sono alcune righe del suo ultimo libro ”Gli ultimi giorni di Magliano”.

Una situazione così anomala, non si crea ovviamente dal nulla. Ha bisogno di un retroterra  culturale e politico di supporto. L’Italia era infatti, al confronto degli altri paesi europei, in una situazione particolare.  Erano gli anni di piombo.  Gli anni  delle Brigate Rosse e delle loro 400 vittime.   Una vena di cupa follia sembrava avere colpito tutti: venivano presi ad esempio di buon  governo la Cina ed i paesi dell’Est.  Il 35 % degli elettori italiani votava per il Partito Comunista.  E tra questi non tanto i più poveri, ma sicuramente l’elite intellettuale, giornalistica e finanziaria del paese.    E’ in questo ambito che sono maturate le riforme della famiglia, della magistratura, della scuola, delle pensioni, cui oggi con fatica si tenta di rimediare.   Riforme  fatte per l’idea e non  per l’uomo.

Per quanto riguarda la psichiatria si dava credito alle teorie di uno psichiatra inglese, un certo Laing, che sosteneva che era l’istituzione che creava la malattia. La malattia per se stessa non esisteva. Esistevano solo comportamenti anomali rispetto alla maggioranza del sentire comune.

In Italia, Basaglia, riprendendo quelle idee,  sosteneva che “il problema non è la malattia in sé, ma quale sia il tipo di rapporto che venga ad instaurarsi con il malato, in quanto la malattia gioca un ruolo puramente accessorio”.   I ricoverati nei manicomi – per Basaglia-  non erano malati, ma erano elementi socioeconomicamente insignificanti, che erano stati spinti fuori dal sistema produttivo. La psichiatria esercitava  su questi malati una ulteriore violenza che tendeva  ad aiutarli ad adattarsi alla loro condizione di oggetti della violenza stessa.     Basaglia era tra i  fondatori di Psichiatria Democratica.     Anche questo fa capire i tempi: un aggettivo riferito ad una funzione politica, viene attribuito a caratteristiche professionali.   Ne sono state coinvolte le professioni di scarsa tecnologia e di minor carica etica.   Abbiamo avuto purtroppo   Psichiatria Democratica e  Magistratura Democratica.
Non abbiamo, per fortuna, avuto il privilegio di godere dei servizi dei “ Chirurghi democratici” o degli “Ostetrici Democratici”  o degli “Ingegneri Democratici”.

Nei più avanzati  paesi europei i Comunisti erano partiti di assoluta minoranza senza alcuna presa sull’opinione pubblica e quindi l’assistenza psichiatrica ha avuto una sua naturale e ragionevole evoluzione.    Qui da noi erano forza di Governo, anzi erano  la forza trainante dei governi dell’epoca e quindi, sulla base delle deliranti affermazioni di Basaglia, si  è avuto  la 180.  Che in realtà è una non legge, in quanto non da norme precise di costruzione.      Impone solo la distruzione dell’esistente.  Il futuro è lasciato nel vago. Infatti, se il malato non è malato,  che senso ha definirne luoghi e modalità di cura ?    

E’ difficile descrivere  oggi cosa sono stati quei terribili anni.  Chi scrive li ha vissuti ed inoltre aveva già avuto una notevole esperienza dei preesistenti Ospedali psichiatrici.  Il primo sentimento di chi conosceva il problema,  è stato di stupore.    Chi aveva un minimo di cognizione del problema,  sapeva  bene che la malattia mentale esisteva. Altrochè se esisteva. Ed esisteva per conto proprio, nella sua orrenda capacità di distruzione di una persona, indipendentemente da strutture e società.   Era anche chiaro che la situazione evolveva verso una naturale ed ovvia diminuzione delle strutture ospedaliere a vantaggio di microstrutture territoriali: già nel 1968 vi era stata la riforma Mariotti che liberalizzava la struttura ospedaliera.  Dell’utopia, delle strida, dell’indignazione di Psichiatria Democratica non si sentiva nessun bisogno. 
Nessuno  immaginava che si sarebbe potuto approvare una  legge così crudele ed antiscientifica.   Ed invece, per bloccare un referendum fatto dai radicali, le legge  era passata.
Dopo il famoso 31 dicembre 1978 vi era stata la strage dei dimessi dagli Ospedali.    Solo seguendo la cronaca dei giornali, si era arrivati in  un mese e mezzo alla cifra di 150 morti: suicidi, caduti sotto il treno, morti di freddo all’aperto.      Naturalmente la cosa aveva gettato nella disperazione le famiglie dei malati.  Non solo i familiari dei dimessi, ma anche i familiari dei nuovi malati,  che si erano trovati senza più nessuna forma di assistenza.  

La situazione dei malati, oltre che dalla mancanza di strutture, era resa ancora più grave dall’atteggiamento dei demopsichiatri, che uscivano dalle università sessantottine, ignoranti e portati a dare importanza più alle loro idee piuttosto che alla realtà del malato.    

Quindi se, dopo essere stato liberato dall’”infamia” del manicomio, il malato continuava ad essere malato e magari violento, la colpa non era di una inesistente – a loro giudizio-  malattia, ma del fatto che o il malato era in realtà un delinquente violento  o l’ambiente familiare era gravemente patologico.     

Maturavano allora tutti i problemi che ci ritroviamo oggi ancora vivi, anche se, per fortuna attenuati, dal maggior buon senso che gli anni passati hanno costretto a maturare.

Per esempio l’emergenza: il malato si scatenava e sfasciava la casa o tentava di assassinare il padre. Cosa si poteva fare ?

Di chiamare la polizia la famiglia non aveva naturalmente voglia.   La struttura del Centro di igiene mentale di notte non operava. L’ambulanza diceva di aver bisogno della firma del sindaco per fare un TSO.       Per non parlare poi del giovanissimo malato agli esordi.  La risposta della struttura era sempre” Mi porti qui suo figlio “.    Figlio che naturalmente di andare dallo psichiatra non aveva nessuna intenzione.         

Come sempre,nei periodi di acuta ed inesaudita necessità, si moltiplicavano le soluzioni miracolistiche: a Milano uno psicanalista, un certo Vermiglione,  si specializzava nel plagio di ricchi schizofrenici che gli cedevano i beni in cambio di una futura e dubbia serenità spirituale.  Non era un fatto isolato. Pullulavano psicanalisti di fama che sostenevano che, curando la famiglia, tutto si sarebbe risolto.  Naturalmente la cura si risolveva nel trasferimento del patrimonio familiare o di una sua cospicua parte nelle tasche dello psicanalista stesso.

C’erano poi gli iperottimisti.   Nel momento peggiore,  c’era sempre chi, giulivo, ripeteva che “Tutto va ben, madama la marchesa……..”.   In  Piemonte vi era il famoso Pirella,  massimo esponente della categoria demopsichiatrica, che davanti ai  familiari, con la bava alla bocca ed i denti digrignanti,assicurava che meglio di così la situazione non poteva essere.   Era il responsabile della Psichiatria nella Regione Piemonte.

E’ scomparso dalla scena pubblica quando i Carabinieri hanno trovato in un appartamento alla periferia di Torino un ragazza legata ad un calorifero. Erano stati chiamati dai vicini impressionati dalle urla provenienti dall’appartamento.   Era una schizofrenica gravissima che i genitori, non sapendo cos’altro fare, legavano al calorifero  alla mattina prima di andare a lavorare.

I genitori non erano ignoranti e crudeli aguzzini. Il padre era infermiere in un Ospedale pubblico, travolto dalla tragedia e dal crudele disinteresse della struttura.

 

I familiari avevano cercato di reagire.   Non era e non è facile: chi ha in casa il tormento quotidiano e continuo di una malattia grave, assillante e magari violenta, non ha in genere la forza di dedicarsi alla socialità.   Comunque a Roma un professore di liceo, il prof. Forleo, che aveva in famiglia un problema gravissimo, aveva fondato la Diapsigra,  Difesa Ammalati Psichici Gravi.  Sempre a Roma  Maria Luisa Zardini, fondava l’Arap, Associazione per la Riforma dell’Assistenza Psichiatrica.

Altri familiari si radunavano qua e là sotto l’egida di preesistenti associazioncine per gli handicap psichici.   Da notare che prima della legge 180, non si era mai sentita la necessità di una difesa delle famiglie e dei malati tramite l’associazionismo.  

La situazione era talmente grave che nel 1982, Psichiatria Democratica pubblicava una relazione tecnica ed una raccomandazione al Governo ed agli altri enti in cui concordava “Sulla necessità di precisazioni e chiarificazioni sugli aspetti prescrittivi della legge”, dando naturalmente la colpa di quanto accaduto a chi aveva “intenzionalmente svuotato la legge di ogni forza applicativa e l’aveva privata dei sostegni necessari”.  In definitiva chiedeva “l’elaborazione di un corpo di norme attuative, avente una definizione legislativa”.  Una nuova legge insomma.

In realtà  la situazione era ormai sfuggita di mano anche a loro: quando si andava a Trieste –la mecca del Basaglianismo - si trovava una atmosfera piuttosto sfiduciata.   Nessuno aveva veramente preso quello che di buono  che avevano fatto. Anche perché inquinato da una fondamentale ipocrisia di fondo.  Nessuno aveva, ad esempio,  notato che a Trieste la chiusura dell'ospedale pschiatrico era stata soprattutto  simbolica. In realtà S.Giovanni, l’Ospedale Psichiatrico,  sussisteva con ben 200 ricoverati gravissimi ed anziani che, con giusta umanità,  i Basagliani si erano ben guardati dal buttare sulla strada.  In tutta Italia del messaggio di Trieste era stato preso solo l’aspetto  un po’ carnevalesco: chiudiamo i manicomi ed andiamo tutti a casa  Se qualche cosa si deve fare, lo facciamo nei reparti degli Ospedali Generali, dove imbotttiamo per bene i malati di calmanti  perché non diano fastidio e poi, il più presto possibile,  a casa e che non rompano le scatole.

La cosa strana è che  l’applicazione della legge si è manifestata in forme del tutto opposte a quelle che i suoi ideatori  avevano auspicato.  Per esempio volevano rendere difficile il Trattamento Sanitario Obbligatorio in Ospedale.  Ebbene in quasi tutte le Regioni, il TSO viene fatto solo in Ospedale, con un completo e totale stravolgimento della legge.

Ma forse non è strano:  le utopie partono da nobili  intenzioni ed arrivano normalmente a risultati disastrosi.

Comunque ormai la frittata era fatta. La 180 era diventata il simbolo di un successo della Sinistra. Inoltre gli slogan che l’accompagnavano erano di facile presa:”La legge che ha chiuso i manicomi”. 

“La legge che tutto il mondo ci invidia”.  Cose ovviamente non vere. Nessun paese l’ha imitata.

In questi anni, ad ogni legislatura, persone di buon cuore hanno presentato proposte di riforma della legge.  Ne sono state presentate più di 30.   Parlamentari di destra e di sinistra.    Peraltro c’è sempre stata una vischiosa, tenace resistenza anche solo a parlare del problema.   La 180 è diventata per un uomo di sinistra, come il Corano per un Musulmano.  Perfetto. Non può essere cambiato da mano umana. 

Inoltre la 180 è una legge comoda per gli psichiatri ed ancor più per gli psicologi e gli altri operatori.   Il malato è o in famiglia o in Ospedale. Molto peggio sarebbe averlo giorno e notte in una struttura riabilitativa specializzata dove bisogna lavorare come negri.

La situazione è quindi molto difficile. Chi ha veramente a cuore il malato si trova stretto tra l’interesse dei medici, il menefreghismo delle forze di destra e l’ideologizzazione di quelle di sinistra.

Inoltre la 180 è stato ed è una vergogna collettiva italiana.  Quando si manifestano fatti così aberranti, quando un intero paese viene reso complice di crimini così gravi,   non  basta l’ approvazione di una legge. 

Ci vuole  una rimeditazione etica di tutta questa vicenda. Quel 35% di italiani che nel 1978 erano comunisti – una parte importante, determinante, intelligente e volitiva del paese– così come hanno fatto ammenda della loro passata adesione alla ideologia più sanguinaria ed inefficiente che la storia ricordi, deve  anche ricordare e fare ammenda per tutti questi poveri malati morti.     Questa disperata umanità sacrificata con leggerezza e superficialità all’ideologia.   La vicenda dei malati di mente è stata la nostra piccola Cambogia.  Basaglia il nostro Pol Pot.  Abbiamo ucciso i più deboli ed i più malati di noi. 

Nessuno può sentirsi, al riguardo,  in pace con la propria coscienza.  Tobino, che pure la legge l’aveva combattuta, dice nel suo ultimo libro:

“Addio, cari amici. Abbiamo passato insieme più di quaranta anni. In questi ultimi tempi, nel fumo della moda, non vi ho saputo né proteggere, né vendicare. Ero rimasto solo .E da solo non ne avevo la forza”.

Nessuno in Italia ha saputo né proteggere, né vendicare questi malati. Nessuno ha fatto tutto il possibile per far cessare questo scempio che sta durando da più di 20 anni. Se ci fosse stata l’esplosione della collera popolare, forse le cose sarebbero andate in modo diverso. Forse avremmo dovuto rovinare un po’ la nostra comoda esistenza per affermare il diritto alla vita di qualche psicotico. Forse noi italiani non siamo stati abbastanza uomini.

 
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